Confederazione

2 Giugno, De Rita: «Ci vogliono le piattaforme e i preti di campagna. Solo così l'Italia tornerà a essere un paese»

Lo studio è al piano terra. Niente ascensori, niente distanze. Si entra da via Nemorense alla sede del Censis. Uno di quei palazzi romani che svetta sulla strada dove sono stati analizzati oltre 60 anni di storia del paese: tendenze, dinamiche sociali ed economiche. Le scale danno su un cortile dove c'è un piccolo stagno con le ninfee, il rincospermo che profuma l'ingresso, e poi il portone socchiuso. De Rita è senza giacca. La indossa per riceverci, con quel gesto lento e preciso di chi da importanza a ogni incontro, a ogni interlocutore. Sul tavolo, largo, antico, sommerso di libri, carte e qualche cimelio, c'è la storia della repubblica.

Lo incontriamo alla vigilia del 2 giugno. Ottant'anni dalla Repubblica, ottant'anni dalla Costituzione, ottant'anni dall'articolo 45 che riconosce la funzione sociale della cooperazione. Gli chiediamo da dove cominciare. Sorride. «Dai preti e dalle piattaforme», risponde. «Tutto il resto viene dopo.»

Professor De Rita, lei parla di preti di campagna e di piattaforme come se fossero la stessa cosa. Come si tengono insieme?

Si tengono benissimo. Eugenio Pacelli (?) da verificare, Don Primo Mazzolari, Don Milani: erano uomini che sapevano stare dentro la realtà delle comunità locali e al tempo stesso pensavano oltre, molto oltre. Erano visionari con i piedi per terra. Le piattaforme di oggi, penso a quello che ha costruito Musk, fanno esattamente la stessa cosa: creano infrastrutture che moltiplicano il potere reale. Non verticalmente. Orizzontalmente. È da lì che arriva la forza. Il problema è che il mondo cattolico italiano deve ancora trovare le proprie menti capaci di compiere quel passo. La cultura laica del paese, sinceramente, oggi non mi sembra attrezzata per farlo. La pura rappresentanza va bene per sopravvivere. Ma non garantisce il balzo in avanti

Ottant'anni fa nasceva la Repubblica. Lei ha studiato le radici di questa storia meglio di chiunque altro. Da dove parte tutto?

Da Sturzo, nel 1919. La Rerum Novarum aveva già seminato, e lui raccoglie: nasce la cooperazione di ispirazione cristiana. Poi viene il fascismo, l'interruzione. E tra il 1945 e il 1946 accade qualcosa di straordinario: la rinascita. Uomini come Spataro che cucivano i legami, che tenevano insieme la cultura montiniana, quella che faceva capo a De Gasperi  e la visione di papa Pio XII. Non è solo politica, è costruzione di corpi intermedi. Soggetti con una potenza sociale tale da accompagnare il partito, e all'occorrenza sostituirlo. De Gasperi aveva un sogno più largo. Anche i "cattolici comunisti" di Ossicini e Rodano erano nel suo orizzonte, all'inizio.

Già nel 1943 cercò di farli confluire nella nascente Democrazia Cristiana. Ossicini rifiutò. Rodano andò verso il Partito Comunista. Il punto non era il partito: era la società civile. Spataro teneva i rapporti con tutte le organizzazioni per conto di De Gasperi. Era un lavoro incessante, capillare: costruire un impasto di legami tra movimento, mondo ecclesiale, partiti. Intrecci di potere, li chiamo io. Non detto con disprezzo: è così che si regge un paese.

Ci fu una rottura?

Eppure quell'impasto conobbe anche momenti di rottura violenta. Il 1952, l'Operazione Sturzo, la gioventù dell'Azione Cattolica contro Gedda. Quella vicenda è straordinaria e pochissimo raccontata. Mario Vittorio Rossi, Emanuele Milano,  che poi diventerà dirigente RAI e con loro due ragazzi di nome Umberto Eco e Vincenzo Scotti: la presidenza della GIAC era una fucina intellettuale. Gedda e il Vaticano volevano imporre a De Gasperi un'alleanza elettorale a Roma con la destra neofascista. De Gasperi si oppose per salvare la natura democratica del paese. E trovò i suoi alleati più convinti proprio in quei giovani. Quando Rossi si dimise nella primavera del 1954, quasi tutta la presidenza uscì con lui. Li accusarono di tendenze marxiste. Erano semplicemente democratici.

Eppure lei dice che questa rottura non distrusse l'impasto.

Anzi. Lo scontro purificò. La cooperazione diventa in quegli anni il luogo in cui l'intreccio tra politica, partiti e società civile trova la sua forma più matura. E c'è anche un momento in cui quell'intreccio avrebbe potuto diventare potenza economica diretta, un'ascesa di potere verticale. Confcooperative e Legacoop, con Enzo Badioli e Vincenzo Galletti, a Bologna discutono seriamente di entrare nell'acquisto dei colossi siderurgici in difficoltà. Progetto di dimensione storica. Stroncato da Napolitano, inviato dal partito, perché non era compatibile con l'ideologia della classe operaia. Un'occasione perduta di cui non si parla mai abbastanza.

C’è una figura del movimento cooperativo di quegli anni che vuole ricordare in particolare?

Dario Mengozzi è stato una figura straordinaria. Salvò Confcooperative dalla bancarotta. Recuperò Unioncamere, che era in profonda crisi, senza autonomia né leadership, e ne fece un punto di riferimento del sistema. Sono gli anni in cui Confcooperative smette di essere soggetto politico verticale e diventa soggetto di rappresentanza sociale e territoriale. Si struttura nell'orizzontale. Nel sistema sociale. Ed è in quegli stessi decenni — con l'elezione di Merloni alla guida di Confindustria e la nascita del localismo industriale che la cooperazione moltiplica la sua intermediazione sul territorio. È lì che costruisce la sua vera forza.

E oggi? Cosa deve fare la cooperazione per il balzo in avanti?

Deve ideare nuove piattaforme. Non nel senso banale della parola: infrastrutture materiali sì, ma soprattutto immateriali. Una rete orizzontale capace di coprire bisogni attraverso servizi. È lì che si concentra il potere reale. Musk lo ha capito: la sua forza non sta nell'industria tradizionale, sta nelle piattaforme. La pura rappresentanza va bene per sopravvivere. Non garantisce il balzo.

E i preti di campagna? Li riesce a trovare, oggi?

Ecco il punto. Mazzolari, Milani, Pacelli(?): erano visionari radicati. Sapevano che il futuro si costruisce dove vive la gente, non dove si celebra il potere. Il mondo cattolico deve ritrovare quelle menti. È una responsabilità sua, non di altri. La cultura laica del paese, in questo momento, non mi pare attrezzata per compiere quel passo.

Ottant'anni. La Repubblica, la Costituzione, l'articolo 45. C'è ancora un filo che tiene?

È bello vivere insieme. Non è solo un pay off frutto di un ideale pacifista: è il legame compromissorio che ha fondato l'Europa. E non è un caso. Ci siamo ammazzati per secoli in guerre continue. Poi sono arrivate le due guerre mondiali. Poi l'Europa. E l'Europa non è nata da un'ideologia: è nata da un legame compromissorio. Da persone che avevano capito che vivere insieme, anche a fatica, anche con le contraddizioni, è l'unica forma di civiltà possibile. Ottant'anni fa lo abbiamo scritto in una Costituzione. Il problema è ricordarsi perché lo abbiamo fatto.